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Avviso ai naviganti 101

1° agosto 2020

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Il numero 65 di La Voce è disponibile sul sito del Partito: riprodurlo, studiarlo e farlo circolare!

 

Un passo avanti nella rivoluzione socialista

La pandemia e la crisi sanitaria, economica, sociale e ambientale che essa ha fatto deflagrare rendono necessario e possibile un passo avanti della rivoluzione socialista nel nostro paese. Questo si manifesta già in molti modi, sia in campo pratico sia nel campo della teoria.

La Voce 65 - Articoli, locandina e supplemanto

In campo pratico, nel pullulare di mobilitazioni, proteste e iniziative che coinvolgono tutti i settori delle masse popolari, tra le quali si fa strada la percezione che “così non si può più andare avanti” e l’aspirazione a “non tornare alla normalità perché la normalità era il problema”: “a mali estremi, estremi rimedi” è la parola d’ordine che meglio sintetizza la condotta che le masse popolari terranno nei prossimi mesi, se ci saranno in Italia comunisti capaci e generosi al punto da essere loro “capi” nell’opera che le masse popolari hanno bisogno di compiere.

Nel campo della teoria, nel dibattito che si sta sviluppando tra i partiti, gli organismi e singoli intellettuali e uomini politici che nel nostro paese si dicono comunisti, dibattito di cui sono espressione la maggiore attività di vecchi centri, ma anche le riviste che una dopo l’altra hanno iniziato la pubblicazione: l’Ordine Nuovo (area Alessandro Mustillo-FGC), Ragioni e Conflitti (PCI, segretario Mauro Alboresi), Cumpanis (diretta da Fosco Giannini, responsabile Dipartimento Esteri del PCI), Su la testa (PRC).

Noi comunisti dobbiamo lanciarci con determinazione e scienza nella mobilitazione delle masse popolari per formare, rafforzare e allargare il loro sistema di potere, ma soprattutto andare a fondo fino a farlo diventare il nuovo sistema politico dell’intera società. Questo è il passo che i comunisti che ci hanno preceduto non sono riusciti a compiere nel Biennio Rosso 1919-1920, nella Resistenza contro il nazifascismo degli anni 1943-1945-1947, negli anni ’70 con i Consigli di Fabbrica (CdF) e con le Organizzazioni Comuniste Combattenti (OCC): farlo è il compito dei comunisti di oggi. Per assolvere a questo compito, dobbiamo partire dalle nostre forze attuali e avanzare. Dobbiamo partire non dal fatto che sono poche: l’esperienza del vecchio PCI negli anni ’40 mostra bene che un partito comunista seppur piccolo ma con una linea giusta ha cambiato il paese ed è diventato grande, mentre poi, grande ma con una linea sbagliata, si è integrato nella Repubblica Pontificia e corrotto fino a estinguersi. Noi dobbiamo partire dalle nostre forze attuali per migliorarne il livello e l’organizzazione.

 

Gli effetti della pandemia

A questo fine occorre in primo luogo definire con precisione gli effetti della pandemia, almeno i principali, nel  campo della borghesia imperialista e sulle condizioni in cui si svolge la nostra lotta.

- In ogni paese imperialista nella gestione della crisi sanitaria creata dalla pandemia da coronavirus Covid-19 le autorità politiche hanno combinato misure per il contenimento del contagio con l’assistenza sanitaria dei contagiati tramite un sistema sanitario disastrato dalla quarantennale applicazione del “programma comune” con cui la borghesia ha fatto fronte alla nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale iniziata negli anni ’70 e con il finanziamento dei capitalisti padroni di istituti di ricerca e industria farmaceutica: il pretesto è che mettessero a punto medicinali e vaccini. In ogni paese le pubbliche autorità si sono distinte e qualificate per gli effetti che la combinazione delle misure da esse adottate ha prodotto e sta producendo: numero di contagiati, numero di persone ricoverate in terapia intensiva, morti e sepoltura o cremazione dei cadaveri, freno dell’epidemia che comunque a livello mondiale è tutt’ora in corso e ha aggravato e aggraverà le crisi economica, sociale e ambientale che già erano in corso.

Da una parte questo ha rafforzato nel senso comune delle masse popolari la percezione che lo Stato è responsabile del reddito della massa della popolazione (ha confinato un gran numero di individui impedendo loro di assicurarsi un reddito per le vie in uso e in qualche modo ha dovuto sopperirvi) e del funzionamento delle aziende (combinando l’obiettivo di ridurre le vie di contagio e l’attuazione del “programma comune” della borghesia imperialista, prima ne ha fatto chiudere un numero considerevole soprattutto di piccole e medie e ha regolamentato le condizioni di funzionamento di molte altre e poi ne ha regolato e regola la riapertura e la gestione).

Dall’altra in ogni paese le classi dominanti e le masse popolari valutano lo Stato con il suo governo per l’efficacia con cui ha svolto questa funzione, efficacia dipendente 1. dalla sua disponibilità a rompere senza riserve con il sistema degli interessi costituiti o assecondarlo e 2. dal sistema sanitario con cui si è trovato ad affrontare l’epidemia. Il contrasto tra masse popolari e autorità borghesi si è allargato, i contrasti in seno alla classe dominante si sono moltiplicati e acuiti. A ben guardare le cose, da una parte la gestione della pandemia ha reso elemento del senso comune una condizione (il ruolo determinante dello Stato nell’attività economica del paese) che già esisteva in ogni paese da quando il capitalismo monopolistico di Stato è diventato il regime economico-politico dominante. D’altra parte l’aumento repentino dell’attività pubblica causato dalla gestione della pandemia ha creato in ogni paese tra lo Stato e i grandi gruppi e centri finanziari nazionali e internazionali relazioni (di cui l’aumento del rapporto Debito Pubblico / Prodotto Interno Lordo è indice significativo) che condurranno a un prossimo sconvolgimento del sistema di relazioni finora vigente: il sistema di relazioni non può più continuare a svolgersi come si è svolto negli ultimi quarant’anni, vi sono le premesse per la moltiplicazione di dichiarazioni di insolvenza (default) da parte degli Stati e di crisi finanziarie globali.

La quantità ha creato e sta creando una nuova qualità sia nelle relazioni tra Stato e massa della popolazione sia nelle relazioni tra Stato e gruppi e centri finanziari nazionali e internazionali. È con questo contesto in trasformazione che si misurano e si misureranno nel campo della borghesia imperialista i gruppi politici borghesi (partiti e organismi informali tipo gruppo Bildberg, Commissione Trilateral, complesso militare-industriale-finnaziario che è il governo reale USA, Vaticano e altri, che hanno un ruolo nella direzione degli Stati pur non figurando nelle Costituzioni ufficialmente in vigore). È in questo contesto che nel campo delle masse popolari il Partito comunista e il movimento comunista cosciente e organizzato conducono e condurranno la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata di cui il Partito comunista è e deve essere promotore per realizzare il suo obiettivo storico: instaurare il socialismo, stadio iniziale, inferiore del comunismo.

- La fase in cui siamo entrati con la pandemia ha aggravato la crisi del sistema politico della borghesia imperialista intesa come classe composta da individui e gruppi più o meno stabilmente aggregati in organismi di interessi e di settore (tipo Confindustria): si è indebolita la sua capacità di dare all’attività del suo Stato e della Pubblica Amministrazione un indirizzo unitario, coerente (quanto lo può essere in una società borghese) e di imporre alle masse popolari obbedienza alle leggi, alle ordinanze e alle altre disposizioni delle sue autorità. La situazione negli USA è emblematica. Questo crea  condizioni più favorevoli al rafforzamento e allallargamento del sistema di potere delle masse popolari organizzate: siamo in una situazione rivoluzionaria, cioè in una situazione nella quale alla crisi politica della borghesia può subentrare la conquista del potere da parte delle masse popolari organizzate con alla testa la classe operaia e il suo Partito comunista. Far prevalere il sistema politico del proletariato è il nostro compito, solo così l’umanità porrà fine alle crisi sanitaria, economica, sociale e ambientale che l’affligge.

 

Tre linee di pensiero e di condotta

In questo contesto, tra quanti si dichiarano comunisti si scontrano tre linee di pensiero e di condotta: la linea riformista (indicare cosa la borghesia dovrebbe fare), la linea attendista (chissà cosa succede: vediamo) e la linea di chi riconosce che l’instaurazione del socialismo è l’unico modo per porre fine alla crisi in corso. I fautori di quest’ultima linea si dividono in due correnti.

- Da una parte quelli che sono convinti che la rivoluzione socialista scoppierà (non hanno cioè tratto lezione dalla prima ondata della rivoluzione proletaria). In questo ambito il dibattito in corso nel PC di Marco Rizzo e nel Fronte della Gioventù Comunista (FGC) ruota più o meno apertamente e seriamente attorno al percorso che il movimento comunista deve compiere per rovesciare il potere esistente e instaurare il potere della classe operaia: sulla strategia dei comunisti (la via per instaurare il socialismo, la forma della rivoluzione socialista). Su questo tra i comunisti oggi non solo non c’è accordo, ma prima di tutto non c’è stato per molti anni neanche confronto, benché la strategia per i comunisti sia una componente imprescindibile della scienza (la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia) che è alla base dell’unità dei comunisti in partito e del loro agire da partito comunista. Questo vale soprattutto per i comunisti dei paesi europei e degli USA, dove il modo di produzione capitalista nella lotta contro il feudalesimo si è pienamente sviluppato con le sue espressioni politiche: le libertà individuali, la cultura e l’istruzione, la libertà di associazione, la partecipazione popolare alla vita politica, l’attività sindacale. La difficoltà del movimento comunista a trovare la via alla rivoluzione socialista in questi paesi è un dato storico. Ogni volta che in questi paesi il movimento comunista ha raggiunto una qualche forza, esso infatti

- si è concentrato sul miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli operai, dei proletari e delle masse popolari senza condurli anzitutto ad assumere il potere, ad assumere la direzione sulla propria vita e sulla società intera, cosa che avrebbe dato continuità e sviluppo al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro;

- ha cercato di ampliare la partecipazione delle masse popolari agli istituti della democrazia borghese (partiti, elezioni, assemblee rappresentative), di conquistare seguito, consensi, egemonia culturale e d’opinione, voti e quindi forza nelle istituzioni della democrazia borghese, come mezzo per condizionare l’azione del governo e dell’apparato statale in senso favorevole alle masse anziché mettere al centro la conquista del potere da parte della classe operaia e delle masse popolari organizzate: instaurare la dittatura del proletariato e attraverso questa la democrazia proletaria (partecipazione universale al patrimonio culturale della società e alla gestione della vita sociale: la “cuoca che dirige gli affari dello Stato”, per dirla con Lenin).

Quindi ben venga il dibattito sulla strategia dei comunisti. Noi promotori della guerra popolare rivoluzionaria dobbiamo alimentare e sviluppare in ogni modo questo dibattito, mettendolo con i piedi per terra e mostrando il legame tra la strategia e la tattica. Occuparsi della strategia significa occuparsi di cose molto pratiche: è infatti alla luce della strategia che, pena andare a naso e barcamenarsi, i comunisti impostano la loro azione in ogni campo della lotta di classe (tattica) e si mettono nelle condizioni, usando le parole di Lenin, “di saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere”. Dalla strategia che il partito comunista adotta dipendono anche le attività che svolge nel lavoro esterno e come le svolge, compreso come interviene nella lotta politica borghese (elezioni, referendum, assemblee  rappresentative, ecc.) e nelle mobilitazioni per rivendicare migliori condizioni di vita e di lavoro

Definire la strategia significa dare una risposta (fondata sull’esperienza della prima ondata della rivoluzione proletaria del periodo 1917-1976 e della lotta di classe in corso studiata usando il materialismo dialettico, non su desideri e aspirazioni, su “quello su cui sono d’accordo tutti i comunisti” o sulle brillanti idee del “pensatore critico” al momento in voga in TV e nelle librerie) alla seguente domanda: per porre fine al catastrofico corso delle cose imposto dalla borghesia imperialista è necessaria una guerra popolare e rivoluzionaria oppure bastano le lotte rivendicative e la partecipazione alla lotta politica borghese accompagnate dalla propaganda del socialismo, della storia del movimento comunista e delle sue conquiste, dell’esperienza dell’URSS e degli altri paesi socialisti?

Dalla risposta a questa domanda (quindi dalla concezione della rivoluzione socialista) discendono altre due questioni che sono parte dell’ “armamentario di base” dei comunisti: che tipo di partito comunista occorre per promuovere e dirigere la guerra delle masse popolari contro la borghesia e il clero fino alla vittoria? qual la successione di passi (il piano di avvicinamento all’instaurazione del socialismo, il piano di guerra) per creare un nuovo sistema di potere che crescendo scalza quello della borghesia fino a sostituirlo?

- Dall’altra quelli che promuovono la guerra popolare rivoluzionaria adottando come metodo di lavoro principale la linea di massa. In questo ambito, cioè per quanto riguarda il (nuovo)PCI e gli organismi che fanno parte della sua Carovana, si tratta di tradurre la strategia della guerra popolare rivoluzionaria in linee tattiche particolari e caso per caso concrete. È un campo in cui dobbiamo avere iniziativa, essere creativi, sperimentare, provare, correggere e provare nuovamente fino a trovare il modo d’aver successo. Agire con iniziativa ed essere creativi richiede sviluppare l’inchiesta, la conoscenza della situazione concreta. Il materialismo dialettico è il metodo di conoscenza e di azione dei comunisti, è una guida per conoscere la situazione concreta, ma in nessun caso, in nessun campo e in nessun aspetto della lotta di classe sostituisce lo studio della situazione concreta. Sono tre attualmente i campi in cui l’espansione del sistema di potere del proletariato richiede che noi comunisti sviluppiamo una conoscenza più approfondita.

1. La struttura produttiva del paese: settore per settore, cosa si produce, cosa si importa e cosa si esporta, come è strutturato il settore (produzione di prodotti finali e componenti), quanti sono i lavoratori impiegati e l’evoluzione delle istituzioni che producono servizi pubblici (sanità, scuola, ecc.). Non si tratta di diventare esperti di ogni settore. Si tratta di raccogliere le conoscenze che un vasto numero di persone per motivi diversi già hanno e le informazioni fornite dall’ISTAT e da altri enti (camere di commercio, associazioni di categoria, ecc.) e di interpretarle alla luce del materialismo dialettico (inquadrarle nei processi e nei contesti sociali a cui appartengono) per usarle ai nostri fini: dare indicazioni più concrete e di dettaglio alle organizzazioni operaie e popolari delle aziende capitaliste e pubbliche e indirizzare le attività del Governo di Blocco Popolare una volta costituito.

2. La struttura dello Stato e i corpi addetti alle funzioni di controllo, repressione, spionaggio e controspionaggio, militari (le attività dette “regaliane” perché tradizionalmente appannaggio dei re e delle loro corti e che per lo Stato di un tempo erano tutte le funzioni che esso svolgeva): per raccogliere informazioni sulle attività della classe dominante (usiamo la lezione negativa del primo PCI che fu sorpreso dalla svolta repressiva del regime fascista nel 1926, dall’arresto di Mussolini il 25 luglio 1943 e poi dall’armistizio dell’8 settembre 1943), per individuare persone da reclutare (formazione di organismi clandestini), per fomentare il malcontento (sindacalizzazione, protesta, ribellione nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine), per condurre operazioni specifiche.

La sinistra borghese e i comunisti arretrati si occupano dei servizi pubblici che lo Stato offre o deve offrire, trascurano le funzioni regaliane. Noi ci occupiamo del reddito e dei servizi (assistenza sanitaria, istruzione, assistenza sociale, trasporti, ecc.) e ancora poco dei corpi e delle istituzioni addette alle funzioni di controllo, repressione, spionaggio e controspionaggio, militari. In un paese compiutamente capitalista la borghesia non è in grado di governare senza un certo grado di consenso e di collaborazione della massa della popolazione. Questo facilita il trascurare le funzioni  regaliane, ma ai fini della lotta per instaurare il socialismo sarebbe un errore. In alcuni casi infatti la borghesia lascia che la “sinistra” si occupi delle prestazioni statali alle masse popolari e mantiene sotto il suo controllo solo le istituzioni addette a funzioni regaliane, con cui interviene e stronca la sinistra quando ha creato le condizioni per farlo con successo. E quello che è avvenuto recentemente in Bolivia (Evo Morales), in Brasile (Lula e Dilma Rousseff), in Ecuador e qualche decennio fa in Argentina (successori di Peron) e Cile (Allende).

3. L’analisi delle classi determinate dall’attività economica di contro alla “composizione politica di classe”, cioè analisi degli schieramenti politici in cui sono al momento divise le masse popolari. L’analisi di classe è un campo specifico di lavoro del partito comunista: costituisce l’anello di congiunzione tra quali classi sono nel campo rivoluzionario, quali sono nel campo controrivoluzionario, quali oscillano. Su questa base il partito può condurre un’attività che porta le masse, sulla base dell’esperienza che vengono direttamente facendo, ad assumere comportamenti politici coerenti con i loro interessi di classe. La questione è di particolare importanza nella fase attuale di disgregazione del sistema sociale della borghesia che mette a repentaglio le condizioni di sopravvivenza della stragrande maggioranza dei proletari e anche dei lavoratori autonomi. Ha infatti a che fare con la lotta che noi comunisti conduciamo perché la classe operaia prenda la direzione delle altre classi proletarie (dipendenti pubblici, dipendenti di aziende non capitaliste e di enti no-profit, domestici, lavoratori precari, ecc.) e anche delle classi non proletarie delle masse popolari (lavoratori autonomi, piccoli proprietari, persone che “sbarcano il lunario in qualche modo”), con il ruolo della mobilitazione dei lavoratori autonomi nella rivoluzione socialista e con la linea dei comunisti verso di loro.

 

La partecipazione alla lotta politica borghese

Un terreno in cui per i comunisti del nostro paese (come dei paesi imperialisti) è particolarmente importante definire la tattica alla luce della strategia e dell’analisi della situazione è quello della partecipazione alla lotta politica borghese (elezioni, referendum, assemblee rappresentative, ecc.). Il ruolo che ha la partecipazione alle elezioni nella costruzione del partito comunista e nella sua azione di massa e il modo in cui partecipare alle elezioni sono due questioni su cui si è consumata la rottura tra Alessandro Mustillo e il Fronte della Gioventù Comunista da una parte e il Partito Comunista di cui è segretario Marco Rizzo dall’altra e sulle quali tra le due aree è in corso un acceso dibattito. Per impostare in modo solido, su basi scientificamente fondate, il ragionamento sul qui e ora e non andare a naso, bisogna partire dal regime politico esistente nel nostro come negli altri paesi imperialisti e dal ruolo che in esso hanno le elezioni e le assemblee elettive. Su questa base noi comunisti possiamo impostare la nostra tattica in modo da ricavare da ognuno degli attori in campo quanto più è possibile per far avanzare la mobilitazione delle masse popolari che sfocerà nell’instaurazione del socialismo, in modo che le azioni degli attori in campo giovino alla nostra causa quali che siano le loro intenzioni e aspirazioni, in modo da spingere ognuno di essi a fare quello che più giova alla rivoluzione socialista. A questo serve la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la storia, che Marx ed Engels hanno fondato.

Oggi per i comunisti che si propongono di instaurare il socialismo in Italia è di fondamentale importanza comprendere la reale natura del regime politico borghese vigente nel nostro paese: instaurare il socialismo vuol dire infatti anche instaurare il potere delle masse popolari organizzate aggregate nel movimento comunista cosciente e organizzato che ha alla testa il partito comunista (dittatura del proletariato) al posto dell’attuale sistema di potere della borghesia (dittatura della borghesia).

La democrazia è un articolo di fede proclamato e professato dalla borghesia dei paesi imperialisti da quando nel 1945 è fallito il suo tentativo di stroncare la prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria con l’aggressione nazifascista dell’Unione Sovietica, anche se a volte professato con difficoltà: Kissinger nel 1973 disse che “gli USA non potevano accettare di perdere il Cile solo perché i cileni si erano sbagliati a votare e avevano eletto Salvador Allende presidente  del Cile”. Dalla “svolta di Salerno” (1944) in qua, il vecchio PCI e i suoi derivati professano la fede che in Italia vige un “regime democratico”. La democrazia è diventata in tutto il mondo un articolo di fede per la sinistra borghese: anche in Italia nonostante tutti i “segreti di Stato”, le misteriose “stragi di Stato” e le plateali violazioni delle parole e dei principi (incontestabile ed esemplare l’art. 11 - NATO e guerra) della Costituzione del 1948 ancora ufficialmente in vigore. In Italia (come, con sfumature diverse, negli altri paesi imperialisti) la democrazia attualmente consiste nel fatto (si è ridotta al fatto) che i gruppi finanziari e industriali italiani e gli altri vertici della Repubblica Pontificia restano vincolati a governare il paese con l’assenso di assemblee elettive e che queste assemblee elettive sono sistematicamente il risultato della manipolazione dell’opinione pubblica da parte della borghesia e del clero e per la borghesia e il clero comportano la necessità di manipolare sistematicamente l’opinione pubblica e l’esclusione della massa della popolazione dalla conoscenza e dagli strumenti necessari per pensare e conoscere lo stato delle cose.

Chi afferma che in Italia “il potere appartiene realmente al popolo” è o un ingenuo o un imbroglione. Chi si propone di cambiare il sistema economico e sociale del paese conquistando il potere tramite elezioni, per via elettorale e pacifica, condanna le masse popolari a sottostare alla borghesia e al catastrofico corso delle cose che essa impone e deve imporre in ogni campo per garantire la valorizzazione del capitale.

 

Il percorso che il genere umano deve compiere

La pandemia costringe sia la borghesia imperialista sia le masse popolari a fare i conti con gli effetti dell’erosione ed eliminazione delle conquiste strappate nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria, ha fatto deflagrare la crisi economica e sociale che già covava e avrà ripercussioni sulla crisi ambientale. Nello stesso tempo la pandemia ha messo in luce la superiorità del socialismo: i paesi che più conservano i progressi realizzati dai primi paesi socialisti sono quelli che hanno fatto e stanno facendo fronte meglio alla pandemia. La Repubblica Popolare di Cina, la Repubblica Popolare Democratica di Corea, la Repubblica Socialista del Vietnam e Cuba sono paesi che per i risultati ottenuti nella lotta contro la pandemia si sono distinti nettamente dai paesi comparabili, imperialisti o succubi del sistema imperialista mondiale. È un fatto che dobbiamo far conoscere su larga scala tra le masse popolari. A causa dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria (1917-1976) e dei quarant’anni (1976-1916) di nera reazione che sono seguiti, nel senso comune delle masse popolari c’è molto malcontento per il corso delle cose ma anche molta sfiducia in se stesse e molta delusione nei confronti del movimento comunista cosciente e organizzato. In realtà i paesi che nelle loro istituzioni politiche ed economiche conservano maggiori tratti del socialismo (e attualmente essi contano circa 1.600 milioni di abitanti, un quinto della popolazione mondale), confermano che il socialismo nella scala storica dei sistemi sociali dell’umanità è un gradino superiore al capitalismo. Sta a noi comunisti riconquistare fiducia e seguito tra le masse popolari.

 

Il numero 65 di La Voce è dedicato a questi cinque temi.

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